cinema, musica, poesia, teatro ed altro...
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Postato alle 09:39&! nbsp;di& nbsp;venerdì, 03 luglio 2009
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Emmeleia]

(Susy Navon)
Il vecchio pedalava agile, vestito di stracci, mentre la bicicletta cigolava giringiro, lasciando dietro di sé soltanto un flebile ronzio. I capelli brizzolati sparsi, a rovi, davano alloggio a un sottobosco brulicante di mosconi, grossi come more. Alcuni di essi, sferzati dal vento, perdevano l’appiglio, smarrendosi in codazzo lanceolato.
Rimasi sorpreso notando che lo sconosciuto conduceva al laccio una nutria brunastra grande quanto un cane, la quale, nonostante il corpo tozzo, mulinava le zampette sopravanzando a tratti il velocipede.
Ad ogni lieve strattone, il guinzaglio di spago teso vibrava in mi minore.
Dooo-iiiiii-nnng…
Fu un attimo.
I raggi della bicicletta si confusero con quelli del sole pomeridiano e il vecchio cadde, seppure rialzandosi praticamente illeso. Non appena ebbe controllato le condizioni delle ruote, lo strano individuo tornò per qualche metro sui suoi passi, fermandosi davanti all’uscio di casa mia.
Puzzava di canale di scolo a cielo aperto. Intuendo lo spasmo pre-agonico della mia piramide nasale, il vecchio sorrise discolo e mi domandò.
- Scusi, dove è?
Puntai la zappa sul terreno e mi appoggiai col mento, chiedendo lumi.
- Chi?
- Lei… dov’è?
- Mia moglie?
- No. Le sto dando del lei, per una forma di rispetto, ma intendo tu: allora, dov’è lei?
Postato alle 16:10&! nbsp;di& nbsp;giovedì, 02 luglio 2009
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Emmeleia]
Non so se tra rocce il tuo pallido
Viso m'apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l'immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l'ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.
Postato alle 09:38&! nbsp;di& nbsp;mercoledì, 01 luglio 2009
da: [
Emmeleia]

Rossetto
In guerra le donne mettono il rosso
tubetto rotante scarlatto e carminio
non in memoria del sangue versato
ma come segno del cuore che batte.
Il cremisi colore dei poeti
zittiti perché contro la tortura,
il vermiglione colore dell’arte
che resiste anche quando confinata,
il ciliegia che sconfigge le bombe
i cecchini sulle file del pane,
e il rubino di ragazze che ballano
il tango tra le braccia della morte.
Stando alla fotografa Jenny Matthews, le donne usavano rossetti dai colori vivaci durante i conflitti in Bosnia e in Afghanistan. La rivista Max conferma che lo stesso succedeva ai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
Traduzione di Abele Longo
Lipstick
In war time women turn to red
swivel-up scarlet and carmine
not in solidarity with spilt blood
but as a badge of beating hearts.
This crimson is the shade of poets
silenced for speaking against torture,
this vermillion is art
surviving solitary confinement,
this cerise defies the falling bombs
the snipers taking aim at bread-queues,
this ruby’s the resilience of girls
who tango in the pale-lipped face of death.
Pubblicato nel 2007 da Greenwich Exchange, Lipstick, raccoglie molte delle poesie di Maggie Butt apparse precedentemente in antologie e proposte in diversi programmi culturali di BBC Radio 4. Maggie è tornata alla poesia dopo aver lavorato per molti anni per la BBC come giornalista e produttrice di documentari. E’ attualmente a capo del dipartimento di Media and Creative Writing della Middlesex University di Londra.
Postato alle 21:03&! nbsp;di& nbsp;lunedì, 29 giugno 2009
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Emmeleia]

(Giuseppe De Nittis)
...
GUIDO - E le donne... per te come sono? Cose reali?
GIOVANNI – Le donne... Bisogna vedere quali...
GUIDO – Quelle che hai amato tu, direttamente, e che poi sono scomparse dalla tua vita, quelle sono proprio come tutte le altre cose reali... Ma ci sono anche di quelle, non mie per esempio, ma di altri, che anche a ricordarle dopo tanto tempo pigliano sempre un senso di eternità...
GIOVANNI – Che vuoi dire?
GUIDO – Questo: sei mai stato attratto, tu, soltanto a sentirne parlare, dalle donne degli altri?
GIOVANNI – Io no...
GUIDO – E io sì, invece... O perlomeno ho avuto per queste donne una simpatia che era più che amicizia. Conoscevo soltanto le loro parole e il loro modo di amare. Ho avuto desiderio di incontrarle e di diventare loro amico.
Nate, per me, dalle confidenze dei miei amici, scomparivano troppo presto e avrei voluto che per me continuassero a esistere... Più presto di loro, però, finiscono quasi tutte le cose reali, che sono state nostre o che ci hanno interessato. Quelle donne, invece, anche se ce ne ricordiamo dopo tanto tempo, pigliano sempre un senso di eternità.
GIOVANNI – Il motivo c’è. Frequentare qualcuno è sempre seguirne l’evoluzione, assistere a qualcosa che non si ferma, che cambia e che fluttua, che offre alcuni motivi di conferma e molti di cambiamento. Più spesso di cambiamento. Il quadro, invece, che te ne fa un altro, rimane fermo. Ecco perché è più facile cogliere in un quadro, o in un racconto, un senso di eternità.
[...]
Da Mario Verdone, ‘Davanti al ponte di ferro’, atto da camera, in Correre per vivere (Editoriale Sette, Milano)
La produzione letteraria di Mario Verdone include oltre a poesie, traduzioni e resoconti di viaggi, tutta un’opera che possiamo collocare nell’ambito del teatro da camera, di un teatro cioè pensato per piccoli ambienti, per una lettura da leggio o radiofonica, che si caratterizza per la brevità del testo e il numero ristretto dei personaggi. Kammerspiel è il termine con cui questo genere è conosciuto nei Paesi di lingua tedesca dove si è sviluppato con un repertorio molto ricco, contrapponendosi al teatro tradizionale per la sua natura lontana dalle logiche commerciali (il rifiuto del divismo in favore dell'equilibrio d'insieme). Così come per la musica da camera, ci troviamo di fronte a un genere che, pur proponendo per grandi linee la struttura di opere di respiro più ampio, non va considerato come minore ma come genere a sé. Infatti, nonostante si parli di teatro, ci troviamo di fronte a dei testi che hanno spesso una loro autonomia, che non si configurano in confini rigidi e si prestano a diverse possibilità di adattamento.
[...]
Nonostante i lavori di Verdone vadano dagli inizi degli anni Sessanta alla fine dei Novanta, compongono un’opera omogenea, in sè compiuta, caratterizzata da determinati elementi narrativi e stilistici. Emerge innanzitutto Siena (città dove l’autore ha vissuto fino all’età di ventiquattro anni) come luogo privilegiato della rappresentazione i cui ambienti, ricreati nei dettagli, rivivono nei dialoghi dei personaggi. Si tratta di storie che hanno la famiglia come nucleo centrale di cui vengono evidenziati i moti interni dell'animo e le dinamiche psicologiche dei suoi componenti. Si avverte inoltre l’influenza del cinema nell’uso del flashback, di dialoghi brevi e concitati, e nel “montaggio” fluido dei vari quadri che proietta lo spettatore in diversi periodi di tempo (anche storici) oltre che in nuove situazioni drammatiche.
[...]
Davanti al ponte di ferro (1961) richiama a certe intuizioni di Pinter, abbiamo infatti dei personaggi in apparenza normali che si trovano a vivere situazioni inconsuete, mentre cercano di darsi delle risposte che rivelano soprattutto le loro insicurezze e fobie. Come in Federigo Tozzi, veniamo rapiti dal flusso dei pensieri e delle immagini del protagonista, un pittore il cui mondo sembra essere emanato dalla sua stessa tavolozza.
Quest’atto unico diviso in tre scene ha dei dialoghi più propriamente teatrali. Si sofferma sul non detto e le parole si caricano di significati diversi diventando indizi per possibili chiavi di lettura della storia che Giovanni, il protagonista, racconta all’amico Guido in una notte fredda a Roma. Il racconto di Giovanni, che approfitta della permanenza a Siena a casa di un suo zio per sedurre la moglie di lui, va oltre le implicazioni solite del classico triangolo. Non sembra essere la passione a muovere Giovanni quanto una sorta di noia esistenziale che lo porta, come in un gioco, a volersi disfare di tutto e di tutti, anche dello stesso zio da cui dipende economicamente. Forse tutto un gioco è la stessa storia di Giovanni che sembra confezionata apposta per Guido, in continua ricerca di storie altrui, capace di essere attratto da una donna «soltanto a sentirne parlare». Mentre le cose “reali” sono destinate a scomparire, come osserva Giovanni a proposito di un ponte che sta per essere demolito, le storie immaginate hanno invece una vita più duratura. Il fazzoletto dell’amata che Giovanni dà alla fine a Guido potrebbe non essere altro che un espediente per sbarazzarsi di Guido che saluta con un addio.
[...]
Abele Longo
Da ‘Mario Verdone - Esegesi di un teatro da camera’ in Omaggio a Mario Verdone, a cura di Eusebio Ciccotti, giugno-dicembre 2008. Editore Longo (Ravenna).
Postato alle 19:27&! nbsp;di& nbsp;venerdì, 26 giugno 2009
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Emmeleia]

E' MORTO MARIO VERDONE ALL'ETA' DI 91 ANNI.
Eusebio Ciccotti: "Con Mario Verdone se ne va un grande uomo. E il Novecento è finito davvero" .
Oggi 26 giugno alle ore 16 veniva a mancare a Roma, Mario Verdone, padre di Carlo Verdone. Eminente studioso del Novecento, poeta, drammaturgo e scrittore. Ho chiesto a caldo ad Eusebio Ciccotti, allievo, assistente e amico di Mario Verdone dal 1980, curatore di alcune sue opere e di un recente Omaggio a Mario Verdone (Longo, Ravenna) presentato in questo blog, un ricordo del suo maestro:
Eusebio Ciccotti : "Sono molto addolorato, l'ho sentito cinque giorni fa dalla clinica. Mi ha detto: 'Non è una cosa bruttissima ma neanche bella. Ti saluto con affetto, Eusebio' . E io di rimando: 'Ti aspetto a casa'.
Abele Longo: Quale è stato il ruolo di Mario Verdone negli studi del cinema e dello spettacolo nel '900?
E.C.: Centrale. Studioso di tutte le arti, era amico di René Clair, Vittorio De Sica, Roberto Rossellini, Federico Fellini, Manoel De Oliveira e tanti altri registi. E' stato un vero studioso comparatista, prima che la comparatistica venisse insegnata nelle univeristà. Sapeva collegare magistralmente le diverse arti sia a livello storico e stilistico che teorico.
A. L.: Credi che la sua opera sia ancora da studiare a fondo?
E.C. Sicuramente su Mario Verodne, nei prossimi anni ci saranno studi, tesi, libri e convegni, Molto è ancora da studiare della sua opera saggistica e creativa. Con la scomparsa di Mario Verdone finisce veramente il Novecento. Manoel de Oliveria lo ha definito un "fine studioso".
Abele Longo
Londra-Roma, 26 giugno 2009, ore 19.00
Ciao Mario.
Postato alle 22:28&! nbsp;di& nbsp;giovedì, 25 giugno 2009
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Qualcosa
Quella mattina c’era qualcosa
che non riusciva ad afferrare
ma che nel pomeriggio
era già dimenticata.
Saltò fuori a cena
così inaspettatamente
che ne pianse tutta la notte.
La luce
Dimmela ogni parola
prima che la bocca finga
di essere uno sbadiglio,
dammela come preghiera
e poi spegnimi la luce.
Me stesso
E nel buio plumbeo troverò
me stesso curvo in avanti
su di una bicicletta senza luci,
con stormo d’anatre che si allontana.
Postato alle 13:43&! nbsp;di& nbsp;mercoledì, 24 giugno 2009
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Postato alle 05:47&! nbsp;di& nbsp;martedì, 23 giugno 2009
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Furono donne tenere a inventare
le tarante sull’aia intorpidite
e come cardi duri a sanguinare
accordi di tabacco sui telai.
Le vuole tutte sullo stesso palco
un re con la valigia di cartone,
padre di figli ossuti e silenziosi
che singhiozza il suo canto alle ranocchie.
Mare di grano che pieghi la schiena
al giallo luccicante dei sonagli,
anche le ranocchie gli fanno il verso
quando scioglie al sole sudore e pianto.
Mare di tufo dai denti di squalo
dei venti che regolano la pesca,
non burlarti più del re della pizzica
che s’inventa cicala e muore spigola.
Postato alle 22:13&! nbsp;di& nbsp;domenica, 21 giugno 2009
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Sono su Filosofi Per Caso

Postato alle 01:43&! nbsp;di& nbsp;venerdì, 19 giugno 2009
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Il cortometraggio è opera di Sarah Ezekiel, colpita da sclerosi laterale amiotrofica nel 2000, a 34 anni, mentre era incinta del secondo figlio.

La Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), conosciuta anche come “Morbo di Lou Gehrig”,” malattia di Charcot” o “malattia dei motoneuroni”, è una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce i motoneuroni, cioè le cellule nervose cerebrali e del midollo spinale che permettono i movimenti della muscolatura volontaria.
Esistono due gruppi di motoneuroni; il primo (primo motoneurone o motoneurone centrale o corticale) si trova nella corteccia cerebrale e trasporta il segnale nervoso attraverso prolungamenti che dal cervello arrivano al midollo spinale. Il secondo (2° motoneurone o motoneurone periferico o spinale) è invece formato da cellule nervose che trasportano il segnale dal midollo spinale ai muscoli.
La SLA è caratterizzata dal fatto che sia il primo che il secondo motoneurone vanno incontro a degenerazione e muoiono. La morte di queste cellule avviene gradualmente nel corso di mesi o anche anni. In tale arco di tempo i motoneuroni rimasti, almeno in parte, sostituiscono nelle proprie funzioni quelle distrutte.
I primi segni della malattia compaiono quando la perdita progressiva dei motoneuroni supera la capacità di compenso dei motoneuroni superstiti fino ad arrivare ad una progressiva paralisi, ma con risparmio delle funzioni cognitive, sensoriali, sessuali e sfinteriali (vescicali ed intestinali)....
Postato alle 22:50&! nbsp;di& nbsp;mercoledì, 17 giugno 2009
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Nocturna
resterà una ruga, che so
una medaglia da offrire
quando tutti o quasi
tutti pronti a scappare tu vieni
a dirmi ma che ne sai dell'urlo del tempo
-che ne sai. Adesso corri, senza
farti pregare!
Arrampicati maniglie dislessiche la
castità di un portone, i padri a seguire
le madri in noncuranza di fiori e tu che ne sai
dei singhiozzi del mare,
di un temporale -che ne sai.
Da qualche parte c'è vita dicono
dei girasoli che non passeggiate di gambe
possibili solo torsioni
del cuore. L'importante è non
lasciarsi inseguire e su
e giù per i treni
catatonici le grandi città
sbirciate in scampo
al dormiveglia e che te ne fai
di un finestrino appannato,
di un sogno schiacciato -guardami bene
che te ne fai
di una giacca stirata il silenzio
si riconosce dall'abito buono.
Se questo mondo vuole andare
a dormire -dimmi
tu che ne sai.
Lacrima di riso in salsa jazz
coriandoli d'erba e un percorso
impreciso verso il quale scagliarsi:
destino di nuvola ai tuoi piedi
piove
forse fuori
piove il cielo si capovolge in assenza
di gravità e questa notte
avrà comodini non abbastanza
sicuri a sorreggere
palpitazioni
ma non è tempo -ancora
come vedi
non c'è spazio tra le matite
colorate dimettono sogni
in avanzo
di pasto dall'infanzia
e ricordo ben poco
delle fotografie o degli arcobaleni promettendoci
quante speranze affusolate in una
stretta di mano
in un bacio
un addio -ecco
sto parlando di te
nebbia che bevi pensieri
che hai trascinandoci collo spezzato il mento
già prenotato tra i palmi -ad ogni modo
ciascuno nel proprio maglione
di freddo e l'inverno l'inverno
a scucire
cicatrici di sole e indolenza
per i calendari
..non avessimo regole
da rispettare..
tra le foglie
blaterate dal vento
ti sorrido con gli occhi
l'ovvietà di un arrivo
sporco venerdì di fine
marzo e caramelle d'anima
scartate in corse
d'autobus serali,
masticando senza
mete probabili ma coerenti
nell'isterico ripetersi
capolinea/un posto
altrove
da queste parti nuvola
sputa nuvola e smista briciole
di cielo nelle tasche
di tabacco troppo
secco da rollare tra le
circa dieci
quasi mie
dita
inesistenti
beh -se questo fosse
addio, certamente lo direi
che non somiglia ai funerali
mascherati, poesie calpestate
da copioni per salotti
tra scrittori appena
nati purtroppo
ancora
forse troppo
vergini
e ti direi
che se fosse acrobazia ingravidare
di luna
questo cielo, ti porterei
indisturbato una bottiglia
collaudata sull' abisso
dei miei titoli
di coda che chiudendo
nel crepuscolo asfissiante
di un inverno hanno presto
imparato
a balbettare la parola
fine.

Presentandoti un io qualunque
Dentro queste stanze, si versano parole liquide da bere, come un invito all’ascolto, un’esortazione a guardare ciò che va oltre il solito scenario delle cose. L’autore è costretto dentro l’improbabilità di sapersi integro dentro questo frantumarsi di vita attorno che arriva a frammentargli il verso, in un’aberrazione che - a tratti lacerante - gli cerca uno spazio, quasi gridando.
In questa dimensione la sua poesia è urlo isolato, soffocato dentro pareti poco adatte a contenerne il peso: come fossero la casa di cartone di un clochard che vive funambolando la chimera di una libertà assoluta. Felice solo di esistere.
Un urlo di incondizionata preghiera di ascolto e comprensione, gridato dentro monologanti parole colloquiali, che lo isolano dal frastuono qualunquista della quotidianità.
Un urlo accartocciato dentro condizionali speranze di pace, con le quali “il nulla avrebbe di certo / scatole decenti / in cui poterci ospitare”, e che si scontra con lo stereotipo materiale della vita, aggravandogli il passo di un peso tanto più grande delle proprie forze, da invitarlo ad arrendersi.
Una resa come una sedia sulla quale riposare l’affanno di questa impotenza svilita. Disperando un qualche conforto dal cielo.
La sua poesia è un treno che percorre traiettorie senza una destinazione definibile, un viaggio col solo bagaglio dei propri pensieri, su binari che vanno verso quel posto in cui finalmente trovarsi.
I finestrini sono lo specchio degli occhi, dove la vita scorre insieme a paesaggi e persone sempre diversi, vagoni come contenitori di anime che cercano soste fuori dal respiro viziato dei propri anni. Fermate e stazioni che sono il corpo di una frammentazione del verso che diventa gocciolante nelle chiuse, parole sospirate da un fiato corto e stanco che vorrebbe solo rifiatare la corsa, per poi riprendere il viaggio.
Un viaggio che è la vita, quindi, a te che leggi, “a te che affoghi gli occhi / cercando una ragione”, “siediti - sul crinale di queste parole”, ed ascolta quest’uomo.
di Francesca Pellegrino
Postato alle 17:05&! nbsp;di& nbsp;martedì, 16 giugno 2009
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Emmeleia]

pierpaolo non posso
stasera scrivere di te
ora devo dire
dei clandestini che affondano nel mare
commercio disumano
vite-mercescaduta scempio
genti condannate a non esistere
dall’abisso divorante di sabbia ed acqua
ma più abissale ancora
in questo tempo
di sviluppo tecnologico globale
la contraddizione
che uniti vede gli aggettivi
global e diseredato
che opposti vede i sostantivi
libertà e perduto
la morte non è sempre assassina
un angelo protegge i senzavolto
affondano nel mare clandestini
ma diseredati alla coscienza
tornano seppur sconfitti
la storia è loro
Rosaria Di Donato, da Lustrante d’acqua, Genesi Editrice 2008
Postato alle 06:11&! nbsp;di& nbsp;martedì, 16 giugno 2009
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Emmeleia]
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
Postato alle 15:07&! nbsp;di& nbsp;domenica, 14 giugno 2009
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Emmeleia]
Dopo quattro giorni parto da Napoli; fermata a Cajanello, nella caserma dei carabinieri; conosco i miei compagni di catena, che verranno con me fino a Bologna. Due giorni a Isernia, con questi tipi. due giorni a Sulmona. Una notte a Castellammare A., nella caserma dei carabinieri. Ancora: due giorni con circa sessanta detenuti. Vengono organizzati dei trattenimenti di occasione in mio onore; i romani improvvisano una bellissima accademia di recitazione, Pascarella e bozzetti popolari della malavita romana. Pugliesi, calabresi e siciliani svolgono un’accademia di scherma del coltello secondo le regole dei quattro stati della malavita meridionale (lo Stato Siciliano, lo Stato Calabrese, lo Stato Pugliese, lo Stato Napoletano): Siciliani contro Pugliesi, Pugliesi contro Calabresi, perché tra i due Stati gli odii sono fortissimi e anche l’accademia diventa seria e cruenta. I Pugliesi sono i maestri di tutti: accoltellatori insuperabili, con una tecnica piena di segreti e micidialissima, sviluppata secondo e per superare tutte le altre tecniche. Un vecchio pugliese, di 65 anni, molto riverito, ma senza dignità “statali”, sconfigge tutti i campioni degli altri “stati”; poi, come clou, schermisce con un altro pugliese, giovane, di bellissimo corpo e di sorprendente agilità, alto dignitario e al quale tutti obbediscono, e per mezz’ora sviluppano tutta la tecnica normale di tutte le scherme conosciute. Scena veramente grandiosa e indimenticabile, per tutto, per gli attori e per gli spettatori: tutto un mondo sotterraneo, complicatissimo, con una vita propria di sentimenti, di punti di vista, di punto d’onore, con gerarchie ferree e formidabili, si rivelava per me. Le armi erano semplici: i cucchiai, strofinati al muro, in modo che la calce segnava i colpi nell’abito.
Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, 11 aprile 1927.
Postato alle 11:48&! nbsp;di& nbsp;sabato, 13 giugno 2009
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Repubblica, 12 giugno 2009
Milano, niente colonie estive
ai figli degli immigrati irregolari
I bambini saranno separati dai compagni nelle attività estive, nonostante abbiano frequentato insieme le scuole elementari, perché una circolare di Palazzo Marino non lo consente
di Zita Dazzi
Centri estivi nelle scuole a luglio e colonie al mare del Comune di Milano vietati ai figli degli immigrati irregolari. Lo stabilisce chiaro la circolare pubblicata sul sito Internet del Comune e lo ribadiscono gli uffici dell’assessore all’Educazione, Mariolina Moioli. Per partecipare al programma “Estate vacanza” servono il “ permesso di soggiorno in regola con la normativa vigente, la fotocopia del documento di identità e del codice fiscale dei genitori”. A differenza delle lezioni durante l’anno, che sono considerate scuola dell’obbligo e sono organizzate dallo Stato, le attività educative e ricreative offerte a luglio, agosto e settembre, nelle scuole e nelle altre strutture comunali, sono servizi facoltativi, integrativi, gestiti dal Comune. Quindi, paradossalmente, ci sono bimbi immigrati che vanno a scuola durante l’anno, ma che a luglio devono restare a casa.
Sull’esclusione dei bimbi figli di clandestini o irregolari, l’anno scorso, Palazzo Marino aveva suscitato molte polemiche con la circolare sulle iscrizioni alle scuole materne. In quel caso la magistratura aveva imposto che i bambini irregolari venissero ammessi purché in grado di dimostrare “l’abituale dimora in città”. Per i centri estivi negati ai figli degli irregolari arriva la prima protesta ufficiale: quella del collegio docenti dell’istituto comprensivo Thouar-Gonzaga” (elementari via Brunacci, via Gentilino, via Vigevano, via Gorizia, medie di via Tabacchi e via Gorizia). “Presa visione della normativa del Comune — scrivono in un documento — gli insegnanti esprimono la loro profonda indignazione per la mancata tutela del diritto per i minori a godere di uguale trattamento e pari opportunità; denunciano la violazione del diritto di uguaglianza sancito dalla Costituzione; chiedono che tale normativa venga immediatamente modificata al fine di ristabilire le condizioni affinché a tutti gli alunni siano garantite pari possibilità di accesso». Nessun commento da parte dell’assessore Moioli.
Postato alle 01:48&! nbsp;di& nbsp;sabato, 13 giugno 2009
da: [
Emmeleia]
“Solo contro tutti, Carmelo Bene era consapevole di non esistere, davanti ad una massa davvero inesistente, ma convinta di esistere. Una massa informe che, come un cane di Pavlov, applaudiva quando Bene, ad esempio, inveiva contro le tasse, si bloccava perplessa quando, dopo l’applauso, Bene si scagliava contro “Le non tasse”, e rumoreggiava quando i sacri luoghi comuni della famiglia, della vita e della democrazia venivano calpestati e ridotti a ciò che sono: parole, incantesimi, fatalità millenarie.”
Fabrizio Ponzetta